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Guido Scorza: "Verificare se su Tik Tok e altri social ci sono bambini, senza violare la privacy, si può" - Intervista a Guido Scorza

Guido Scorza: "Verificare se su Tik Tok e altri social ci sono bambini, senza violare la privacy, si può"
Intervista al membro del Garante per la protezione dei dati personali, relatore del provvedimento, che risponde ai dubbi del pubblico
Intervista a Guido Scorza, Componente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali
(Di Anna Masera, La Stampa, 24 gennaio 2021)

Dopo la morte di una bambina di 10 anni a Palermo che avrebbe partecipato a una sfida su Tik Tok, il Garante per la protezione dei dati personali «ha disposto nei confronti di Tik Tok il blocco immediato dell'uso dei dati degli utenti per i quali non sia stata accertata con sicurezza l'età anagrafica». Abbiamo intervistato Guido Scorza, il membro del Garante per la protezione dei dati personali relatore del provvedimento, per un chiarimento.

Di fatto, che cosa implica il vostro provvedimento? Uno stop temporaneo a nuovi accessi e commenti sulla piattaforma per tutti o solo per chi non ha l’età?

«Il provvedimento vieta a Tik Tok di trattare dati personali di utenti dei quali non è in grado di verificare l’età perché in assenza di verifica non può escludere - ed appare anzi altamente probabile - che anche minori di tredici anni utilizzino il servizio che essa stessa dichiara destinato esclusivamente a un pubblico di ultra-tredicenni e che anche minori di quattordici anni - età prevista dalla disciplina italiana in materia di privacy - prestino il consenso al trattamento dei loro dati per finalità commerciali. Poi starà a Tik Tok valutare se e in che termini riuscirà a dare un’esecuzione selettiva, ovvero limitata solo ad alcuni utenti, al provvedimento. Tik Tok non può porre in essere nessun trattamento di dati personali senza essere ragionevolmente certa che, a monte, vi sia un contratto validamente concluso e/o un consenso validamente acquisito».

Nelle considerazioni del provvedimento prendete atto che «recenti articoli di stampa hanno riportato la notizia del decesso di una bambina di 10 anni a seguito di pratiche emulative messe in atto in relazione alla sua partecipazione alla predetta piattaforma»: avete ceduto in qualche modo alle pressioni dei media?

«È un aspetto sul quale vorrei essere molto chiaro e altrettanto onesto condividendo le perplessità da qualcuno sollevate. Noi abbiamo avviato il nostro procedimento nei confronti di Tik Tok, contestando tra l’altro proprio una certa almeno apparente leggerezza nella verifica dell’età degli utenti e, conseguentemente, una serie di dubbi sulla legittimità del trattamento dei dati personali dei minori oltre un mese fa. L’attenzione al problema è nata, quindi, in tempi non sospetti e su base esclusivamente razionale e giuridica. Venerdì, poi, davanti alla vicenda di Palermo, almeno per come raccontata dai media e sulla base delle prime informazioni acquisite, abbiamo ritenuto che i rischi da noi già paventati un mese prima stessero prendendo forma nella maniera più drammatica possibile e ci siamo risolti a adottare un ordine cautelare, urgente e temporaneo che non pregiudica la decisione finale ma che al tempo stesso, se adempiuto, potrebbe scongiurare il rischio del verificarsi di altri episodi come quello accaduto a Palermo o, probabilmente, accaduto a Palermo. Abbiamo agito sulla base della pressione dei media? Non direi. L’umanità e la nostra coscienza hanno avuto un ruolo nella decisione? Sarebbe ipocrita rispondere di no. l’Autorità è composta, credo di poter dire, per fortuna, da donne e uomini ai quali è affidato il compito di difendere un diritto delle persone. Lo facciamo tutti i giorni con la testa, con il buon senso, con la passione e con le nostre coscienze. Ovviamente sempre e solo applicando la legge».

Non sarebbe stato meglio aspettare il risultato delle indagini? O avevate informazioni supplementari che non erano ancora pubbliche?

«È un altro aspetto che ha fatto molto discutere. Come già detto, la tragedia di Palermo ha rappresentato l’occasione che ci ha indotto ad adottare un provvedimento d’urgenza nell’ambito di un procedimento ordinario già avviato. Il provvedimento non è causato dalla tragedia di Palermo anche perché, sfortunatamente, non c’è niente che il nostro provvedimento può fare rispetto a quella vicenda. Avremmo, certamente, dovuto aspettare - e avremmo aspettato - se si fosse trattato di adottare un provvedimento sanzionatorio rispetto a eventuali responsabilità di Tik Tok in quella vicenda. Ma non si è trattato di questo. Il fenomeno al quale sembra da imputarsi la tragedia di Palermo esiste, purtroppo, a prescindere dalla circostanza che sia stato o meno determinante in quella vicenda. Bambini che non dovrebbero esserci sono su Tik Tok».

Ma è vero che questa decisione sarebbe stata presa prima di questo tragico episodio di Palermo? Quali sono i precedenti?

«Come ho detto le nostre contestazioni a Tik Tok, peraltro, proprio in relazione ai rischi connessi alla mancata verifica dell’età degli utenti, risalgono a oltre un mese fa e, quindi, il procedimento è iniziato ben prima della tragedia.

Il provvedimento di blocco dei trattamenti è stato, invece, adottato venerdì e, quindi, dopo la tragedia.

È la prima volta in Europa che si ricorre a un provvedimento d’urgenza sulla base del suo Gdpr (il Regolamento generale per la protezione dei dati personali).

Chi mi conosce sa che amo la trasparenza e la ritengo un dovere assoluto specie per chi lavora nelle istituzioni: quando si adotta un provvedimento che non è mai stato adottato prima in Europa nei confronti di una piattaforma planetaria e in relazione a un problema straordinariamente complesso, l’errore va messo in conto. Potremmo averne commessi anche noi. Ma stiamo parlando di un provvedimento cautelare, c’è tempo per confrontarci anche con la società che, d’altra parte, potrebbe anche decidere di impugnarlo».

Chi critica questo provvedimento sostiene che non sia attuabile: come risponde?

«Tra tante obiezioni e perplessità che condivido, questa è quella che mi lascia più perplesso.

La pretesa inattuabilità sarebbe figlia delle dinamiche di funzionamento delle grandi piattaforme commerciali che danno forma al web e dei loro modelli di business.

Dunque, in sostanza, chi la solleva non dice - e non potrebbe - che in senso assoluto sia impossibile verificare l’età di un utente di un servizio online ma che è impossibile a regole e logiche commerciali invariate.

Siamo un’Autorità che ha il compito di tutelare un diritto fondamentale dei cittadini e non ho dubbi che sarebbe sbagliato astenerci dall’adottare un provvedimento che - a torto o a ragione riteniamo giusto e necessario - perché inattuabile senza modificare, magari anche in maniera profonda modelli di business e dinamiche di funzionamento di piattaforme commerciali. I diritti delle persone, specie quelli fondamentali, vengono prima, sempre.

E, poi, che mondo lasceremmo ai nostri figli se ci rassegnassimo a non cambiarlo e a non renderlo democraticamente più sostenibile solo perché ci fermiamo davanti a pretesi vincoli commerciali e/o tecnologici?».

In che modo è possibile verificare che il cellulare non sia nelle mani di un bambino sotto i 13 anni, senza violare la privacy?

«Domanda difficile, specie per chi come me non ha tutte le competenze necessarie a rispondere. Probabilmente rispondo in maniera non esaustiva, ma non voglio sottrarmi. La mia idea è questa e mi sembra trovi qualche conferma in giro per il mondo: credo che i gestori di queste grandi piattaforme planetarie - perché il problema, naturalmente, non riguarda solo Tik Tok - dispongano di una quantità tale di informazioni sui loro utenti che attraverso soluzioni di big data e intelligenza artificiale potrebbero essere in grado se non di dire se un utente ha 13 o 14 anni, certamente di dire se ne ha 10 o 14, 10 o 50. Insomma, onestamente, credo che chi sa su di noi, talvolta più di noi stessi, con un po’ di impegno può far meglio di quanto faccia oggi per fare in modo che un servizio che esso stesso definisce riservato ai soli maggiori di tredici anni, non sia utilizzato da chi 13 anni non li ha. Penso semplicemente al fatto che un utente di dieci anni fruisce in maniera più ricorrente di contenuti diversi da quelli di un utente che ne ha 14 o 15, interagisce con lo smartphone, con lo schermo e con le interfacce in maniera a sua volta diversa, fa tap sullo schermo in modo differente o si sofferma di più su questo o quel particolare.

Poi, probabilmente, questo non è l’unico approccio possibile. Esistono certamente soluzioni diverse.

L’importante per me è che sia chiaro che stiamo parlando di una verifica sull’età dell’utente e non della sua identità. Non stiamo pensando di consegnare, by default, ai gestori delle piattaforme la nostra identità anagrafica attraverso questo o quel documento d’identità anche semplicemente digitale».

C’è chi sospetta che si tratti di un accanimento contro Tik Tok perché è un social network cinese. Ci sono precedenti con altri social network? Esigerete le stesse regole nei confronti dei minori anche per gli altri?

«Tutte le critiche e perplessità sono lecite, ma faccio davvero fatica a capire perché dovremmo “accanirci” contro una piattaforma in ragione della sua provenienza.

Nei giorni scorsi abbiamo segnalato grossi dubbi sull’aggiornamento delle privacy policy di Whatsapp.

Le sanzioni più importanti sin qui irrogate sono state irrogate a Tim, Vodafone e Wind.

La geopolitica non c’entra nulla mai con le nostre decisioni.

Naturalmente difendiamo e difenderemo il diritto alla privacy dei cittadini nei confronti di tutte le piattaforme digitali così come facciamo quotidianamente nei confronti di tutti i soggetti pubblici e privati che trattano dati personali».

L’Autorità garante per la protezione dei dati personali è l’autorità competente della materia?

«A inibire a una società, in assenza di un’idonea base giuridica, di proseguire nel trattamento di dati personali? Direi decisamente di si».

Non è una contraddizione in termini un Garante della privacy che chiede alle piattaforme di violare la privacy per sapere l’età degli utenti?

«Si se lo facessimo o l’avessimo fatto.

Ma non mi pare si stia chiedendo a nessuno di violare la privacy di nessuno per verificare la loro età.

Nessuna delle soluzioni ipotizzabili per l’age verification - dalla più alla meno invasiva, dalla più auspicabile alla meno auspicabile - mi sembra possa, neppure in astratto, almeno se correttamente implementata, comportare una violazione della privacy».

C’è una nuova attenzione a come sono regolati i social media, soprattutto dopo il clamore per i tweet oscurati di Donald Trump che incitavano alla rivolta contro la democrazia americana. L’Europa ha annunciato lo scorso dicembre nuove direttive, che potrebbero essere condivise dagli Usa. Che cosa ne pensa e quali sono rischi e benefici nella tensione alla ricerca di un equilibrio tra libertà di espressione e rispetto delle regole?

«La vicenda del nostro provvedimento nei confronti di TikTok credo abbia poco a che vedere con l’episodio di Trump e Twitter ma la questione è centrale per il futuro della società.

La mia impressione è e resta la stessa di sempre: non può toccare a piattaforme private amministrare pseudo-giustizia a nessun livello specie quando in gioco ci sono diritti fondamentali. Dobbiamo resistere alla tentazione di delegare ai gestori delle grandi piattaforme ogni genere di responsabilità che li ponga nella condizione di decidere chi ha diritto di parola online e chi non ce l’ha».