Stanzione: "Per i rider e gli altri invisibili digitali servono più tutele"
Stanzione: "Per i rider e gli altri invisibili digitali servono più tutele"
Stanzione: "Per i rider e gli altri invisibili digitali servono più tutele"
Il Sole24Ore - di Flavia Landolfi
Stanzione: «Per i rider e gli altri invisibili digitali servono più tutele» Il Garante della Privacy Il presidente chiede sollecita l’introduzione di paletti più severi per la riservatezza ROMA Più tutele per i lavoratori gestiti dalle piattaforme digitali. È il richiamo che il Garante per la Privacy, Pasquale Stanzione, rivolge a Governo e Parlamento perché introducano paletti più severi a tutela della riservatezza dei cosiddetti «invisibili digitali». E perché alla fragilità lavorativa non se ne aggiunga un’altra: quella provocata dall’esposizione dei propri dati. La richiesta dell’Autorità è chiara e punta a creare un ponte tra la disciplina delle piattaforme digitali e quella sulla privacy, «che costituisce, anche storicamente, uno dei presìdi fondamentali per la tutela del lavoratore». Un’esigenza diventata ancora più urgente, spiega Stanzione che per la prima volta affronta questo tema, di fronte al «capitalismo delle piattaforme dominante», per restituire dignità e garanzie a lavoratori che rischiano di rimanere invisibili.
Il legame tra privacy e lavoro, del resto non è cronaca recente: è al contrario un rapporto che viene da lontano. «Il primo Garante dell’Autorità, Stefano Rodotà, diceva che la privacy in Italia si è affermata con forza attraverso lo statuto dei lavoratori, con le norme sul controllo a distanza e il divieto di dossieraggio». Un passaggio che, per Stanzione, ha cambiato anche il modo di intendere la protezione dei dati: «Tale priorità non è solo cronologica, ma anche valoriale: la privacy da quel momento ha smesso di essere percepita come diritto “borghese”, proiezione sul piano personale del paradigma proprietario, per divenire strumento di tutela dei più vulnerabili».
Ma oggi bisogna fare i conti con una forma più subdola di controllo sulla quale il Garante non usa mezzi termini: «La dittatura dell’algoritmo è la forma di controllo più pervasiva, specie se unita al potere datoriale». Per questo sul decreto sull’Intelligenza artificiale «abbiamo posto un paletto fondamentale: estendere il divieto di utilizzo dell’intelligenza artificiale, anche a tutte le decisioni che abbiano un impatto significativo sul lavoratore, non solo il licenziamento». Il punto è questo: «Un sistema automatizzato non può prendere decisioni automatizzate sulle condizioni di lavoro e la parità di trattamento», spiega il Garante che esclude dal campo di gioco gli algoritmi «black box». Un altro limite riguarda i rapporti con i sindacati. «La sfera dell’esercizio dei diritti sindacali deve essere intangibile. Se così non fosse, torneremmo davvero alle schedature degli anni 70».
Il Garante chiede maggiore chiarezza anche sulla condivisione delle informazioni con le autorità pubbliche. «Una norma in bianco può prestarsi a distorsioni e, così, perdere la sua funzione di garanzia».Resta infine il rischio di una sovrapposizione con l’Ispettorato nazionale del lavoro, soprattutto sul terreno delle sanzioni. «È uno degli aspetti più significativi che abbiamo rilevato. Non tanto per una questione di competenze, che con la leale collaborazione possono comunque ben coordinarsi, quanto, piuttosto, per evitare un eccesso sanzionatorio».
Un eccesso che, conclude Stanzione, «risulterebbe più che inutile dannoso perché certamente foriero di contenzioso».
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